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IL CONTRIBUTO DEL COMITATO ITALIANO ALLE NORME INTERNAZIONALI SUI LASER

13/04/2018
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Intervista al Presidente CT 76 Apparecchiature laser

Enrico GALBIATI, Presidente CT 76

È nato a Milano nel 1956, si è laureato in Fisica nel 1981 con 110 e lode presso l’Università Statale di Milano.

Dal 2011 lavora in GEST Labs Srl, Centro di istruzione, analisi e test su apparecchiature e materiali, dove attualmente si occupa di sicurezza laser, effetti biologici di sorgenti non coerenti, affidabilità e statistica.

Precedentemente ha lavorato in SEM – Services for Electronic Manufacturing e in Celestica, ricoprendo vari incarichi nell’ambito della sicurezza laser, gestione progetti Six Sigma, tecniche di miglioramento dei processi e di statistica, affidabilità dei dispositivi elettronici. Dal 1982 al 2000 ha lavorato in IBM nell’ambito delle attività di laboratorio e misure ottiche di display, lampade e dispositivi optoelettronici, sicurezza laser, omologazione fibre ottiche, tecniche statistiche e di affidabilità dei dispositivi elettronici.

Ha svolto e svolge tuttora attività di docenza in materia di Sicurezza Laser, è peraltro iscritto dal 2012 nell’Albo Esperti di Ricerca Industriale del MIUR e di Area Science Park di Trieste. Ha svolto e sta svolgendo tuttora corsi sulla Sicurezza Laser; tra gli altri si citano quelli svolti all’Istituto Tumori di Milano, alla Lighting Academy a Firenze, all’Università di Pavia, al CIRA – Centro Italiano Ricerche Aerospaziali e al CEI.

Ha pubblicato due articoli sul “Journal of Laser Applications” (Laser Institute of America), una delle più prestigiose riviste sui laser: il primo articolo sulla determinazione della sorgente apparente dei fasci laser, pubblicato nel 2001, è usato come riferimento nella valutazione del rischio oculare e nella definizione dei metodi di misura oggi prescritti negli standard del settore; il secondo, del 2013, riguarda i rischi dovuti all’uso di ingranditori ottici in presenza di fasci laser ad alta divergenza.

Dal 1986 è membro dei Comitati 76 CEI e IEC, nel 2008 ha ricevuto il “1906 Award” IEC come riconoscimento per l’attività svolta nello sviluppo degli standard sulla sicurezza laser.

 

Qual è stato e qual è il contributo italiano in sede internazionale?

Sono entrato nel Comitato 76 nel 1986 e da allora ho cominciato a seguire le sue attività, anche attraverso la partecipazione alle riunioni internazionali. Fin dalla sua costituzione, il nostro CT è stato uno dei più attivi a livello internazionale, pur essendo numericamente ridotto; essendo riusciti a partecipare a tutte le riunioni internazionali all’estero, abbiamo dato un notevole supporto, soprattutto cercando di coprire quegli aspetti che ritenevamo non  sufficientemente  chiariti, in particolare per quanto riguarda la tutela degli utilizzatori in un Comitato composto in maggioranza da produttori o comunque da membri più interessati all’aspetto commerciale dei prodotti e meno attenti agli effetti fotobiologici a carico dell’utilizzatore. Abbiamo sempre cercato di fare da complemento a questo tipo di atteggiamento rivolto maggiormente ai prodotti, cercando di far considerare anche gli aspetti riguardanti la tutela della persona. Infatti sono proprio questi aspetti che, soprattutto a noi italiani (per la maggior parte utilizzatori), interessavano particolarmente e che dovrebbero essere adeguatamente tenuti in considerazione in un Comitato IEC, proprio per- ché rivolti alla sicurezza. Abbiamo così contribuito a mantenere la normativa in linea con i principi di sicurezza per l’utente delle apparecchiature laser.

Può farci qualche esempio?

Per esempio, nel 2001 ho pubblicato un articolo sulla sorgente apparente, che è tuttora un riferimento fondamentale per la valutazione di un sistema laser. La sorgente apparente è quella che dà la misura dell’immagine del fascio laser sulla retina e quindi condiziona tutta la valutazione del rischio. Prima di quell’articolo non si sapeva come valutarla. Nell’articolo ho spiegato come determinare correttamente sia la posizione che la dimensione della sorgente apparente. Questo ha permesso di evitare gli errori che si facevano in precedenza e che andavano a discapito della sicurezza, in quanto portavano a considerare molti apparecchi laser più sicuri di quanto lo fos- sero in realtà, causando situazioni pericolose.

Abbiamo dato un altro importante contributo nel 2009, quando abbiamo proposto un sistema di etichette alternativo a quello che invece era stato proposto dagli altri Paesi e che a nostro avviso non era sufficiente a tutelare l’utente. Gli altri Paesi, per tutti gli apparecchi laser fino alla classe 3R compresa (questa classe è rischiosa per l’e- sposizione degli occhi), proponevano etichette che non davano idea del pericolo e del tipo di rischio. Erano etichette azzurre che indicavano semplicemente di leggere i manuali, quindi insufficienti a far capire ad una persona quale fosse il tipo di rischio e cosa dovesse fare.

Malgrado fossimo l’unico Comitato ad opporsi a queste etichette da noi considerate pericolose, siamo riusciti nel giro di un anno a far approvare il nostro progetto alternativo. Quindi, le etichette pericolose sono state sostitute da quelle che avevamo proposto e che sono presenti nell’attuale Norma CEI EN 60825-1. Questo successo è stato di grande soddisfazione per il nostro Comitato perché l’etichettatura, che a prima vista potrebbe sembrare meno importante di altri aspetti, è in realtà la prima barriera, la prima difesa che ha l’utente di fronte ad un potenziale rischio. Occorre ricordare inoltre che l’utente spesso non conosce come sia fatto un laser, né quali siano le caratteristiche di una classe di laser, ma può tutelarsi attraverso un’etichettatura che sia chiara ed efficace, senza sentirsi in difficoltà o a disagio nel capire qual è il rischio. Ultimamente abbiamo fatto anche altri interventi a livello normativo. Per esempio, abbiamo fatto inserire nella Norma IEC 60825-1 le avvertenze, finora non considerate, riguardanti possibili rischi per particolari modalità di esposizione alla radiazione laser. Una di queste avvertenze si riferisce alla classe 1 ed informa che i laser di questa classe, normalmente considerati privi di rischio, in realtà possono essere pericolosi se guardati con ingranditori ottici (come lenti di ingrandimento). Abbiamo in questo modo cercato di far sì che chiunque legga la norma si renda conto dei limiti della classificazione.

Quali sono, secondo Lei, gli obiettivi prioritari che bisognerebbe dare nel mondo normativo in generale e nel suo CT in particolare?

L’obiettivo è quello ovviamente di calibrare la norma in funzione dei nuovi prodotti. I prodotti che contengono laser o LED attualmente sono sempre più numerosi e per questo pongono dei problemi che prima non esistevano; quindi la rincorsa tra la normativa e la produzione è sempre presente. La normativa dovrebbe anticipare, ove possibile, le esigenze della produzione e quindi cercare in qualche modo di evitare che vengano commercializzati dei prodotti che non sono an- cora coperti dalla normativa stessa.

Uno degli obiettivi importanti che sto seguendo anche nel SottoComitato SC 62D (di cui faccio parte) che si occupa delle lampade scialitiche usate nelle sale operatorie, è quello di tener conto anche degli effetti a lungo termine. Attualmente le normative, sia delle lampade che dei laser, prendono in considerazione soltanto esposizioni occasionali fino a 8 ore. In realtà sappiamo che in molte applicazioni, tra cui l’illuminazione, possono esporre le persone alla radiazione ottica per tempi ben più lunghi, anche giorni o anni. Per questo l’esposizione continuativa o ripetuta nel tempo deve essere oggetto di un’accurata valutazione; questo dovrebbe essere uno degli obiettivi futuri dell’attività normativa. Infatti ci sono vari tipi di radiazioni che danno effetti cumulativi nel tempo e non si possono valutare semplicemente ipotizzando un’esposizione massima di 8 ore. Escludere dalla valutazione esposizioni più lunghe è purtroppo un limite che attualmente hanno le norme.

Ciò che mi sono proposto nel Comitato delle lampade scialitiche, e che reputo importante considerare anche in altri settori, è di sollevare il problema della corretta valutazione degli effetti.

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